Spesso associata ai movimenti antisistema, che contrappongono il volere popolare a quello delle élite come Occupay Wall Street, le campagne elettorali Maga di Donald Trump o le crociate di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati uniti, i Gilet jaunes, il Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Jean-Luc Mélancon, gli Indignados spagnoli, i Partiti Pirata, o la democrazia diretta di Beppe Grillo e dei 5 Stelle nel nostro paese, la critica al mondo dei media (giornali, radio, tv, internet), viene assimilata alle categorie del doppio estremismo o dell’antidemocratismo e quindi facilmente superata e rimossa. In Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA (Bompiani, pp. 612, 26 euro, eBook 17,99 euro) lo storico e filosofo israeliano Yuval Noah Harari ci ricorda che, se da una parte la diffusione delle informazioni ha favorito l’affermazione della democrazia grazie al dibattito pubblico su larga scala, reso possibile dai media con il superamento dei limiti delle prime manifestazioni democratiche dell’antichità, che difficilmente andavano oltre i confini dell’agorà, la piazza principale, centro non solo economico e culturale, ma anche sacro e morale della polis, dall’altra ha alimentato le possibilità di controllo delle autocrazie e dei totalitarismi, che possono esistere solo attraverso una rete informativa e un controllo dei dati diffusi e analitici dalle periferie ai centri di potere. Un’ambivalenza che rappresenta uno strumento fondamentale per leggere e interpretare anche la realtà attuale.
Dialogo “peer to peer”
Per Harari la circolazione delle informazioni non significa necessariamente un aumento della conoscenza perché non sempre ha lo scopo di rispecchiare il più fedelmente possibile la realtà, ma di agire come nexus, come un legame per connettere le persone che può anche provocare degli effetti devastanti. La stampa a caratteri mobili metallici nella metà del XV secolo è stata per esempio un’invenzione essenziale per diffusione del sapere in Europa, ma oltre a promuovere la divulgazione della Bibbia, della teoria eliocentrica di Copernico con il libro De revolutionibus orbium coelestum (Sulle rivoluzioni delle sfere celesti) e delle tesi di Galileo, nel 1487 ha anche consentito la pubblicazione dell’infausto Malleus Malleficarum (Il martello delle malefiche), un vero e proprio bestseller dell’epoca che ha causato l’esplosione della conspiracy theory, cioè della caccia alle streghe e del conseguente, efferato sterminio di migliaia di donne innocenti. Le informazioni non dovrebbero quindi mai convergere verso un unico potere centripeto, ma espandersi attraverso una rete plurale e multidirezionale, che prevede meccanismi di autocorrezione sui quali si basano le democrazie con la separazione dei poteri, le norme di revisione costituzionale e il dialogo autonomo peer to peer tra i diversi portatori di interessi.
Conquista delle menti
Secondo David Colon, docente di Storia della comunicazione, media e propaganda al Science Po Centre d’Histoire di Parigi è in corso un conflitto globale per la conquista del consenso che contrappone gli stati autoritari alle democrazie, ma che può svilupparsi anche all’interno di uno stesso paese, come è avvenuto per esempio negli Stati uniti con la vittoria di Donald Trump. Nel suo libro La guerra dell’informazione. Gli stati alla conquista delle nostre menti (Einaudi, pp. 384, 25 euro, eBook 12,99 euro), Colon ci mostra come la democrazia venga costantemente minacciata da ideologie reazionarie e autoritarie basate su visioni del mondo, sia arcaiche sia tecnologicamente avanzate, con un’informazione usata per danneggiare o cercare di sottomettere gli avversari, che nell’era dell’intelligenza artificiale generativa e della guerra ibrida, si manifesta con la conduzione di attacchi informatici e psicologici attraverso il sistema dei media, gli operatori dell’informazione, i social con meme e troll, gli hacker, ma anche le reti diplomatiche. Se da una parte, alla fine della guerra fredda gli Stati uniti hanno fatto della loro superiorità nelle tecnologie informatiche e nell’informazione globale uno strumento di potere al servizio dei propri interessi e dei tentativi di diffusione di un fragile modello democratico e liberale, dall’altra i regimi autoritari hanno risposto non solo con la limitazione delle libertà dei propri cittadini con il controllo dei media, di internet e reiterate interferenze nei paesi democratici con l’uso di un’informazione ambigua sempre in bilico tra vero e falso in modo da poter suscitare divisioni, conflitti e caos. Lo storico francese sottolinea poi il ruolo da protagoniste delle grandi piattaforme occidentali GAFAM (Google, Apple, Meta, Amazon, Microsoft) e dei colossi cinesi BATHX (Baidu, Alibaba, Tencent, Huawei, Xiaomi), che si combattono a livello globale con il dominio sui dati e sulla ricerca di algoritmi sempre più performanti e strategici.
Dire no alle post-verità
Vengono utilizzati bot e deepfake (immagini, video e audio falsificati in modo molto realistico) condivisi da milioni di persone. Attraverso il monitoraggio dell’attività multimediale è così possibile selezionare gli utenti su cui le fake news hanno maggiore influenza, provocano sentimenti negativi e di odio con un effetto a cascata nei confronti di gruppi etnici, politici, religiosi, culturali e sociali. Per Colon i confini degli stati non sono più solo territoriali, ma cercano di estendere la loro influenza sulle nostre menti. Come ci ricorda nell’intervista di Guido Caldiron, pubblicata su Il manifesto l’11 novembre 2024 David Colon, la nuova frontiera dei tecno-oligarchi (https://ilmanifesto.it/david-colon-la-nuova-frontiera-dei-tecno-oligarchi): “Nel suo libro postumo La strana disfatta (1946), lo storico Marc Bloch parlava di ‘un minimo di informazione chiara e certa senza la quale non è possibile alcuna condotta razionale’. La sfida che abbiamo di fronte riguarda perciò la capacità di proteggere o ripristinare l’integrità del nostro spazio pubblico, sia esso mediatico o più in generale digitale, per ostacolare l’ascesa della post-verità, che vede ciascuno riaffermare non solo di avere la propria opinione, che è legittimo, ma di avere i propri ‘fatti’, che invece non lo è”. Colon precisa inoltre che per sconfiggere queste minacce le democrazie devono “vincere la battaglia delle informazioni”, ma senza limitare la libertà di opinione, informazione e manifestazione. Perdere di vista i valori fondamentali su cui si fonda la democrazia rappresenta infatti “un approccio liberticida che si è rivelato controproducente”. Bisogna quindi rafforzare il suo sistema immunitario con la denuncia delle manipolazioni, “media di qualità, educazione al pensiero critico, campagne di informazione per sensibilizzare i cittadini sulle tecniche di cui potrebbero essere vittime”.
Sciami digitali
Per il filosofo Luciano Floridi, direttore del Digital Ethics Lab dell’Università di Oxford e docente di Sociologia della comunicazione all’Università di Bologna, la conoscenza non deve essere confusa con l’acquisizione dei dati, l’informazione e la computazione. Come scrive nel suo libro Filosofia dell’informazione (Raffaello Cortina Editore, pp. 392, 26 euro) la conoscenza è un fenomeno che richiede un processo molto più complesso e selettivo. L’informazione si fa infatti conoscenza solo se viene inserita in una rete di relazioni, di domande perché “se si distrugge tale rete, ci si ritrova con una pila di verità o un elenco causale di informazioni che non riescono a dare senso alla realtà che intendono delineare”. In La morte della cultura di massa (Carocci editore, pp. 116, 13 euro), Vanni Codeluppi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Modena e Reggio Emilia, ci fa riflettere su come il declino della democrazia e del ceto medio abbiano favorito la dissoluzione della midcult e la formazione degli sciami digitali, che attraverso il sistema dei media formano dei veri e propri mondi paralleli di proprietà di aziende che raccolgono informazioni su di noi e le mettono in vendita. Un mondo frammentato formato da tante bolle, da nicchie dominate da simulacri virtuali, da meme e troll, dagli algoritmi e dalle intelligenze artificiali, in cui è a volte difficile distinguere il vero dal falso, la propaganda dai fatti, come per esempio nei teatri di guerra dove ai giornalisti viene concesso di entrare solo come embedded, cioè al seguito e con le limitazioni imposte dagli eserciti, oppure di rischiare la vita se riescono a raccontare quello che non si deve sapere. Ci siamo così abituati al flusso continuo delle informazioni, a tante storie senza fine, a un tempo brevissimo di attenzione alle parole e alle immagini, che mutano i nostri processi cognitivi e ci lasciano troppo spesso impreparati alla dialettica democratica e al confronto tra opinioni diverse.
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“La critica al mondo dei media, viene assimilata alle categorie del doppio estremismo o dell’antidemocratismo e quindi facilmente superata e rimossa”
“Le informazioni non dovrebbero mai convergere verso un unico potere centripeto, ma espandersi attraverso una rete plurale e multidirezionale”
“Le democrazie sono minacciate da ideologie reazionarie e autoritarie con un’informazione usata per danneggiare o sottomettere gli avversari”
“Un mondo frammentato formato da tante bolle, dagli algoritmi e dalle intelligenze artificiali, in cui è difficile distinguere il vero dal falso”
“È possibile selezionare gli utenti su cui le fake news hanno più influenza e provocano sentimenti di odio verso gruppi etnici, politici e religiosi”
“Per ‘vincere la battaglia delle informazioni’, le democrazie non devono però limitare la libertà di opinione, informazione e manifestazione”
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I RISCHI DELLA DEMOCRAZIA
Le piattaforme privilegiano i contenuti sensazionalistici e polarizzanti rispetto a quelli informativi e favoriscono una popolarità istantanea e mutevole
In Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, pp. 88, 12,50 euro) il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, docente di Teoria della cultura all’Universität der Kūnste di Berlino, approfondisce il tema del dominio crescente delle informazioni nella società digitale contemporanea e rivela la conseguente trasformazione delle dinamiche sociali e in particolare della democrazia e della stessa percezione della realtà. Han definisce l’infocrazia come un nuovo regime in cui la diffusione continua di una quantità eccessiva di informazioni, spesso imprecise o volutamente infondate, orientano in modo decisivo i processi decisionali in campo politico, economico e culturale. Una nuova forma di sorveglianza in cui le persone vengono sollecitate a rivelare le loro identità digitali e a diventare volontariamente, ma inconsapevolmente prigioniere dei loro stessi dati. Han, dopo aver sottolineato i pericoli che insidiano dalle fondamenta i sistemi democratici, depauperati della loro dimensione partecipativa e deliberativa, invita a una presa di coscienza di questi rischi e a contrapporsi a una struttura che tende a dissolvere le persone in una serie di dati. Pericoli accentuati dalla diasymocracy(democrazia della fama), dal potere crescente stabilito del sistema di media e social network non più in base al tradizionale consenso, ma rispetto alla popolarità acquisita attraverso l’utilizzo in modo quasi sempre spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa. Le piattaforme digitali tendono infatti a dare maggiore risalto ai contenuti sensazionalistici o polarizzanti rispetto a quelli informativi e ad amplificare la visibilità di alcuni personaggi rispetto ad altri con maggiori competenze, ma minore appeal mediatico. Dato che la capacità di attrarre attenzione e follower supera nella grande maggioranza dei casi capacità e merito, la fama si trasforma in una fonte privilegiata di autorevolezza in grado di assegnare nuove forme di capitale politico e sociale, capaci di orientare spesso in modo decisivo le scelte collettive, i dibattiti pubblici e le preferenze elettorali. La legittimità tende così a uscire dal piano strettamente politico e a favorire una popolarità istantanea e mutevole rispetto ai sistemi di selezione autenticamente democratici.




