L’evoluzione delle fonti energetiche viene generalmente descritta attraverso una serie di transizioni in base alla prevalenza di un elemento specifico come il legno, il carbone, il petrolio o il gas naturale nelle successive fasi dei processi di industrializzazione. Si evidenziano così le componenti del mix energetico che segnano le diverse epoche come il carbone nell’Ottocento o il petrolio nel Novecento e si sottolinea il ruolo di una nuova fonte energetica che dovrebbe sostituire le precedenti. Uno sviluppo che viene considerato come una serie di modelli cui fare riferimento per definire le azioni da avviare e superare le attuali difficoltà di riduzione delle emissioni di gas serra. L’economista statunitense Jeremy Rifkin sostiene per esempio che siamo alle soglie di una nuova rivoluzione industriale fondata sull’idrogeno, l’elemento più abbondante nell’universo che non produce emissioni inquinanti. Questo tipo di analisi, che considera le rivoluzioni industriali espressioni delle diverse transizioni energetiche viene anche sostenuta da importanti ricercatori come lo storico britannico E. Anthony Wrigley, che nel suo libro Energy and the English Industrial Revolution (Cambridge University Press, pp. 288, 32,08 euro, e-Book 12,86 – 29,15 dollari) ha affermato che il Regno unito non si serviva più del legno per produrre energia già dalla metà dell’Ottocento.
Connessioni e dipendenze
Tesi contraddetta da ricerche in cui si è rilevata una stretta connessione tra le miniere di carbone e la grande quantità di legno utilizzata nella prima metà del XX secolo nel Regno unito. Oltre alla simbiosi tra carbone e legno è particolarmente significativa quella tra legno e petrolio. Se nella seconda rivoluzione industriale il petrolio ha consentito di eliminare le macchine a vapore, ha però anche alimentato il consumo di carbone attraverso l’uso dell’acciaio nella costruzione di automobili, navi, infrastrutture e del cemento per la realizzazione di strade ed edifici. Allo stesso modo, ci ricorda lo storico francese Jean-Baptiste Fressoz in La transition énergétique n’existe pas sul Manuel d’autodéfence intellectuelle. Histoire edito da Le Monde diplomatique, “Si la consummation de bois a beaucoup augmenté dans le monde depuis 1960, c’est en gran partie à cause du petrole: les engins forestiers réduisent le coût d’extraction; les camions, le coût de transport; et une économie dopée aux énergies fossiles consomme de plus en plus de bois pour l’emballage (carton…) et la construction (contreplaqué)”. (Il grande aumento del consumo di legno nel mondo dopo il 1960 è stato in gran parte causato dal petrolio. La meccanizzazione ha ridotto infatti i costi di abbattimento del legname, i camion quelli di trasporto e un’economia dipendente dai combustibili fossili ha consumato sempre più legno per gli imballaggi di cartone e pannelli di compensato).
Critica ai modelli di consumo
Non bisogna insomma considerare la storia dell’energia come una serie di fasi e di transizioni successive perché le rivoluzioni industriali si sono fondate su un’espansione simbiotica di tutte le energie e dei diversi materiali. Come precisa Fressoz: “Au cours du XXe siècle, dans le monde, l’éventail des matières premières s’est élargi et chaucune a été consommée en quantité croissante – parmi les principales , seule la lain de mouton a reculé au profit des fibres synthétiques, c’est qui n’est d’ailleurs pas une bonne nouvelle pour l’environnement…”. (Nel corso del XX secolo, si è ampliata la varietà di materie prime disponibili nel mondo e ognuna di esse è stata consumata in quantità crescenti. Tra le più diffuse, solo la lana di pecora ha perso importanza a favore delle fibre sintetiche, e questa non è certo una buona notizia per l’ambiente…). In un momento storico come l’attuale, segnato da una profonda crisi climatica e da una diffusa ecoansia in cui il frequente susseguirsi di fenomeni estremi pone numerosi interrogativi sui nostri modelli di consumo, è quindi indispensabile evitare analogie ingannevoli tra transizioni mai avvenute nel passato e quelle che dobbiamo affrontare nel presente e prevedere per il futuro. Per una migliore comprensione e valutazione delle azioni da attuare per contrastare i problemi ambientali può essere utile e interessante valutare la tesi e le proposte del filosofo giapponese Kohei Saito nel suo libro più famoso Il capitale nell’Antropocene (Einaudi, pp. 312, 19 euro, e-Book 9,99 euro) in cui analizza il sistema capitalistico occidentale, ma la sua analisi si può estendere agli stati autoritari e totalitari, e la sua incompatibilità con i limiti ecologici del pianeta. Tema generalmente trascurato dagli studiosi, dai media e dall’opinione pubblica, ma di fondamentale importanza per capire la complessità delle sfide da affrontare anche se non si condividono o accettano solo in parte le soluzioni proposte. Saito presenta una critica radicale del capitalismo, basata su una lettura non convenzionale del pensiero dell’ultimo Marx, che alla fine degli anni ’80 dell’Ottocento ha approfondito il rapporto tra società, habitat e il concetto di “frattura metabolica”, cioè il conflitto tra il ciclo naturale della materia e quello economico del capitale con conseguenze negative sull’ambiente a livello globale. Attraverso questi principi, Saito denuncia la scarsa efficacia e l’inutilità del tecno-utopismo, del Green New Deal ma anche dell’ecologismo di facciata delle aziende e dei piccoli gesti quotidiani dei singoli cittadini.
Verso un post capitalismo?
A questo tipo di interventi Saito contrappone, come ha affermato in una intervista rilasciata in occasione dell’uscita del libro in Italia, un “comunismo della decrescita”: (https://www.einaudi.it/approfondimenti/intervista-saito-kohei/): “Tornare a Marx è una strategia con due effetti: da un lato, è un modo per offrire ai giovani lettori una nuova idea di post-capitalismo. Non lo conoscono. Non hanno mai letto Marx. Non sanno niente del comunismo. Quindi hanno forse davvero bisogno di qualcosa di concreto per immaginare un post-capitalismo, perché conoscono solo il capitalismo. Ma d’altra parte, penso che usare Marx sia anche utile per convincere le persone più anziane, che hanno creato questa crisi, a imparare che il loro vecchio marxismo e il loro vecchio socialismo sono oggi totalmente sbagliati e vanno aggiornati; i sindacati, i politici e le persone di sinistra devono tutti imparare le implicazioni della questione ecologica, perché spesso si preoccupano solo della classe operaia. Ma l’ecologia è molto importante così come sono molto importanti la cura delle persone, i diritti riproduttivi, la decolonizzazione e la decrescita. Il comunismo della decrescita è un ottimo modo per pensare alla cura degli altri, alla natura e alla decolonizzazione”.
Ricerca del benessere collettivo
Saito prefigura il superamento del capitalismo e la riconciliazione dell’umanità con la natura, evidenzia la necessità di abbandonare la ricerca esasperata della produttività e disegna un tipo di ordinamento basato sui principi di inclusione ed equità con al centro i bisogni delle persone. Propone una decrescita sostenibile con una riduzione controllata della produzione e dei consumi, non dipendente dall’accumulazione di beni non necessari, attenta alle produzioni locali e meno ai mercati globali. Prefigura quindi una società fondata su un sistema alternativo a quelli presenti sia in Occidente sia nei paesi non democratici in cui la cooperazione, la solidarietà e il controllo delle risorse favoriscono il benessere collettivo invece del profitto individuale attraverso la riduzione dell’orario di lavoro, fondamentale per limitare i consumi energetici e migliorare la qualità della vita e una riforma ambientale che promuove un’agricoltura su piccola scala, favorisce comportamenti e rapporti interpersonali più solidali e consente così la riduzione dell’uso intensivo delle risorse naturali. Sottolinea infine la necessità di sviluppare una coscienza ecologica che metta al centro il rispetto dell’ambiente e degli altri esseri viventi.
Un mito infranto
Se le proposte di Saito possono apparire di difficile realizzazione, forse attuabili solo in piccole comunità dotate di ampia autonomia, la sua analisi di fondo ci offre un punto di vista diverso e degli strumenti non convenzionale rispetto a quelli utilizzati e molto spesso abusati dai più diffusi canali informativi riguardo alla transizione ecologica ed energetica in atto. Si discostano anche profondamente dalle utopie green di alcuni movimenti ecologisti in cui si afferma che è possibile trovare la soluzione all’attuale crisi ambientale nel sapere e nelle pratiche millenarie ancora in uso presso diverse comunità dell’America latina presenti nei territori abitati dagli Inca nelle Ande, dai Maya nella penisola dello Yucatan e dai Mapuce in Cile prima della colonizzazione spagnola. Si ritiene infatti che queste comunità vivano in perfetta armonia con la natura grazie alla conoscenza di verità ancestrali, che possono salvare l’umanità in questo problematico momento storico. Il loro punto di riferimento è Pachmama, dea della fertilità e dell’abbondanza, simbolo della Terra madre. Un culto che esprime una delle più antiche forme di consapevolezza ecologica codificata in una struttura religiosa e spirituale, con offerte, benedizioni per i raccolti e ringraziamenti per i doni ricevuti, in cui la relazione con la Terra non è vissuta attraverso il dominio o lo sfruttamento, ma con reciprocità ed equilibrio. Una visione del mondo dove l’umanità non è separata dalla natura, ma ne è parte integrante, con responsabilità, cura e rispetto. Il mito di Pachmama, dopo aver segnato i movimenti rivoluzionari attivi negli anni ’60 e ’70 del Novecento in Sudamerica è stato ripreso dalle correnti new age nordamericane e successivamente da alcuni movimenti ambientalisti, che lo hanno esteso anche a comunità che vivevano soprattutto di caccia e non dei prodotti della terra, con la riscoperta del concetto del “buon selvaggio” e la idealizzazione delle culture estranee al mondo occidentale. Un’idea che però non corrisponde alla realtà antropologica delle cosiddette civiltà “primitive” e manifesta un diverso ma non meno insidioso stereotipo. Una visione del mondo che non riconosce la piena umanità e complessità di queste realtà e si è a mano a mano trasformato non solo in uno strumento di marketing e di greenwashing utilizzato da colossi tecnologici come Google, Microsoft, Meta e Salesforce per darsi una finta patente green, ma anche da numerose aziende nei campi del commercio e del turismo.
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“Nella seconda rivoluzione industriale il petrolio ha eliminato le macchine a vapore, ma ha anche parallelamente alimentato il consumo di carbone”
“La storia dell’energia non si fonda su una serie di fasi e transizioni successive, ma su un’espansione simbiotica di tutte le sue diverse componenti”
“Il filosofo giapponese Kohei Saito sostiene che il sistema capitalistico è incompatibile con gli stretti limiti ecologici del nostro pianeta”
“Nel suo libro Il capitale nell’Antropocene propone un post capitalismo in cui si realizza la riconciliazione dell’umanità con la natura”
“Saito invita ad abbandonare la ricerca esasperata della produttività e disegna un tipo di ordinamento basato sui principi di inclusione ed equità”
“L’analisi di Saito offre un punto di vista non convenzionale rispetto a quelli dei media mainstream e alle utopie di alcuni movimenti ecologisti”
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