Utopie green per super ricchi

Secondo il rapporto Carbon billionaires – The investment emissions of the world’s richest people (https://policy-practice.oxfam.org/resources/carbon-billionaires-the-investment-emissions-of-the-worlds-richest-people-621446/) pubblicato nel novembre 2022 da Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) la confederazione di Ong che combatte contro la fame nel mondo, in occasione della Conferenza sul clima COP27 a Sharm el-Sheik, le emissioni annue di CO2 causate dagli investimenti inquinanti dei centoventicinque miliardari più ricchi del pianeta, senza contare quelle causate dal loro stile di vita, equivalgono al totale di anidride carbonica prodotto da un paese come la Francia, sono maggiori di quelle italiane e producono una quantità di emissioni quasi un milione di volte superiore rispetto a quelle di un abitante di una nazione appartenente al novanta per cento più povero della popolazione mondiale (tre milioni di tonnellate vs 2,76). Oxfam precisa che i numeri reali sono certamente superiori perché i livelli di CO2 comunicati dalle imprese vengono in genere sottostimati. Per arrivare a queste conclusioni Oxfam ha analizzato i portafogli delle persone più ricche del mondo secondo il Bloomberg Billionaires Index (https://www.bloomberg.com/billionaires/) e, attraverso l’analisi del data provider finanziario Exerica, ha definito i campi e le quantità delle loro scelte. 

Investimenti dannosi
Il rapporto sottolinea inoltre che solo uno dei miliardari presi in esame ha investito in energia rinnovabile, mentre il quattordici per cento del totale degli investimenti è stato destinato a settori inquinanti come le energie fossili o il cemento, cioè il doppio della media dei collocamenti nelle società che compongono lo Standard and Poor 500, il più importante indice azionario nordamericano formato dalle cinquecento aziende a maggiore capitalizzazione. Il rapporto Oxfam 2023, diffuso in occasione dell’apertura del World Economic Forum di Davos (https://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2023/01/Report-OXFAM_La-disuguaglianza-non-conosce-crisi_final.pdf) ha poi calcolato che un aumento della tassazione del cinque per cento dei grandi patrimoni (oltre i cinque milioni di dollari) potrebbe far uscire dalla povertà fino a due miliardi di persone. Questo, insieme a un maggiore prelievo sui rendimenti degli impieghi finanziari nei settori inquinanti, consentirebbe di aiutare i paesi in via di sviluppo, i più colpiti dalla crisi ambientale, ad affrontare e superare gli eventi climatici estremi. Oxfam chiede anche che vengano maggiormente tassati i rendimenti degli investimenti più alteranti per ridurli attraverso politiche che obblighino le imprese a monitorare e comunicare pubblicamente le emissioni di gas serra, a fissare gli obiettivi climatici su dati scientifici con chiare e concrete previsioni per la loro riduzione. 

Ricerca e sperimentazione
Se da una parte molti miliardari prediligono gli investimenti in industrie inquinanti, dall’altra inseguono sogni e utopie di metropoli del futuro eque, sostenibili, autosufficienti nella produzione alimentare, in cui rifiuti ed emissioni vengono azzerati, riscaldamento, raffrescamento ed energia sono totalmente rinnovabili, con una rete diffusa di trasporti efficienti e non inquinanti e un risparmio del novanta per cento sui consumi di acqua. Agglomerati polifunzionali, ipertecnologici e iperconnessi dove sarà possibile unire i principi di equilibrio ambientale e alta efficienza energetica. Ma sotto la patina ambientalista e lo schermo dell’economia circolare, lo scopo principale di questi progetti è la realizzazione di città stato in cui esercitare forme di autogoverno, che nel caso di insediamenti offshore seasteading (https://www.seasteading.org), veri e propri centri abitati galleggianti in acque internazionali, offrono la possibilità di eludere leggi, regolamenti e tasse. Un’aspirazione alla sovranità molto presente nei proprietari delle Big Tech, le multinazionali che nonostante il forte rallentamento subito da alcuni dei loro principali rappresentanti come Apple, Amazon, Meta e Google possono contare su capitalizzazioni che oscillano da cinquecento a duemila miliardi di dollari, cifre superiori al prodotto interno lordo di numerosi stati e tendono a comportarsi come nazioni autonome e indipendenti attraverso l’imposizione di regole sulla privacy, la gestione dei dati e la diffusione dell’informazione. Uno dei luoghi maggiormente al centro dell’attenzione degli oligarchi della Silicon Valley è il deserto dell’Arizona, un territorio che dagli anni 70 del Novecento attira alcune delle innovazioni più originali e all’avanguardia in campo abitativo. Fra queste si segnala in modo particolare la comunità di Arcosanti, una “città sperimentale” ed ecosostenibile per cinquemila abitanti dove le auto sono bandite e le distanze si misurano in minuti di cammino. Fondata dall’architetto e urbanista italiano Paolo Soleri a poco più di cento chilometri da Phoenix per dimostrare come sia possibile migliorare le condizioni di vita nei centri urbani con un impatto minimo sull’ambiente, si basa su una filosofia che ha i suoi presupposti nell’architettura organica di Frank Lloyd Wright definita “arcologia”, termine creato dallo stesso Soleri che oltre ad anticipare molti principi dell’economia circolare, unisce in un legame indissolubile i concetti di architettura ed ecologia per evidenziare il rapporto tra il rispetto della natura e il luogo in cui si vive.

Hub ipertecnologici
Bill Gates, il fondatore di Microsoft Corporation ha acquistato attraverso il fondo di investimento immobiliare Belmont Partners un terreno di diecimila ettari a Tonopah, un piccolo centro abitato del Nevada a ottanta chilometri da Phoenix, per costruire un agglomerato urbano di circa centosessantamila abitanti che dovrebbe rivoluzionare l’idea stessa di città. Si chiamerà Belmont e si pone l’obiettivo di trasformare un habitat desertico in un hub ipertecnologico in cui saranno protagoniste la ricerca più avanzata e l’innovazione digitale, che potranno contare su forme di comunicazione e infrastrutture d’avanguardia, reti ad alta velocità, nuovi modelli di produzione e distribuzione, sistemi fotovoltaici intelligenti (smart grid) per la distribuzione dell’energia elettrica, con una mobilità basata su centri logistici e veicoli autonomi. Sempre negli Usa, a una ventina di chilometri da Boston, è iniziata su progetto dello studio di ingegneria e design Arup, la costruzione di Union Point, una città fondata sui principi di sostenibilità, finanziata dalla società immobiliare LStar Ventures, che è anche proprietaria dei terreni e di tutti gli immobili che si realizzeranno.

Smart, clean e corporate…
Sarà una grande smart city in cui sono previste quattromila unità residenziali, dieci milioni di metri cubi destinati a uffici, negozi, ristoranti, con mille ettari riservati ad aree verdi, parchi pubblici, percorsi pedonali e piste ciclabili. Il progetto, del valore di cinque miliardi di dollari, oltre a dedicare ampi spazi alla natura è particolarmente attento all’integrazione tecnologica tra gli edifici che dialogheranno tra loro per ottimizzare i consumi energetici (riscaldamento, raffrescamento, illuminazione a led sia nelle aree esterne sia negli spazi interni). Attraverso una riduzione graduale dei combustibili fossili e l’impiego dell’energia solare come principale fonte energetica grazie all’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti degli edifici e batterie di accumulo nelle abitazioni, si pensa inoltre di poter raggiungere in modo graduale e sperimentale l’obiettivo di usare solo di energia pulita entro il 2050. Come ha scritto Luca Celada su il manifesto(https://ilmanifesto.it/le-inquietanti-citta-dellutopia-green-per-ricchi): “Si profila insomma una ricetta che comincia a suonare assai ripetitiva, un tipo di ‘utopia’ che non casualmente attrae anche l’interesse di regimi totalitari. Tutto molto rigorosamente ‘smart’ e ‘clean’ si intende, ma anche molto corporate ed esclusivo”. 

Paure e volontà di potenza
Una forma insidiosa di greenwashing, di un ecologismo solo apparente che ha lo scopo di distogliere lo sguardo dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’habitat di attività imprenditoriali non rispettose degli equilibri ambientali e soprattutto dalla possibilità di costruire città con governi autonomi basati su infrastrutture hi tech per il controllo dei dati. A queste tendenze si aggiungono le community di creativi che profetizzano la realizzazione di città del futuro dove grazie all’utilizzo della tecnologia blockchain potranno esprimere tutto il loro potenziale culturale e spirituale e la crescente diffusione del survivalism, un movimento in cui ci si prepara a possibili emergenze ambientali o provocate da conflitti con mutamenti dell’ordine sociale e politico fino al crollo del potere costituito. Un’ideologia seguita da molti miliardari americani, in particolare a New York tra i gestori degli hedge fund, i fondi di investimento speculativi e nella Silicon Valley da alcuni dei maggiori esponenti  della rivoluzione tecnologica e digitale, con lo scopo di prevenire pericoli come l’interruzione di fonti energetiche, problemi di salute pubblica, catastrofi naturali o causate da guerre e rivolte con la formazione di scorte alimentari e di acqua, con sistemi di autoproduzione di cibo ed energia, fino all’assunzione di gruppi di mercenari e alla realizzazione di strutture di sopravvivenza e rifugi antiatomici. Comportamenti in cui si esprime una profonda insicurezza insieme a una forte volontà di potenza, che l’imprenditore hitech Antonio García Martínez, autore del libro Chaos Monkeys: Obscene Fortune and Random Failure in Silicon Valley (HarperCollins, pp. 515, 12,15 euro) dove paragona la Silicon Valley alla “scimmia del caos”, il software utilizzato per testare la capacità di sopravvivenza dei sistemi online a guasti casuali, ha così manifestato al New Yorker: “When society loses a healthy founding myth, it descends into chaos… All these dudes think that one guy alone could somehow withstand the roving mob. No, you’re going to need to form a local militia. You just need so many things to actually ride out the apocalypse” (Quando la società perde i suoi miti fondativi precipita nel caos… Tante persone pensano che singoli individui possano in qualche modo resistere alla folla in movimento. No, bisogna formare una milizia locale. Ci vogliono tante cose per sopravvivere all’apocalisse (https://www.newyorker.com/magazine/2017/01/30/doomsday-prep-for-the-super-rich).
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“Le emissioni annue di COcausate dagli investimenti inquinanti dei 125 miliardari più ricchi del pianeta, sono maggiori di quelle prodotte in Italia”

“Oxfam, la confederazione di Ong che combatte la fame nel mondo, chiede che gli investimenti più inquinanti siano monitorati e maggiormente tassati”

“Bill Gates ha acquistato nel Nevada un terreno di 10000 ettari per costruire un agglomerato urbano che dovrebbe rivoluzionare l’idea di città”

“Sotto la patina ambientalista e dell’economia circolare delle metropoli del futuro si nasconde spesso la volontà di eludere le leggi e le tasse”

 “Una forma di greenwashing, un ecologismo di facciata molto ‘smart’, ‘clean’ e sostenibile tra utopie totalitarie, corporate ed esclusive”

“Lo scopo è distogliere l’opinione pubblica dagli effetti negativi di città a governo autonomo con infrastrutture hi tech per il controllo dei dati”

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Piero Gilardi, un’immagine della mostra Tappeto-Natura,
Magazzino Italian Art, Cold Spring (New York).
Foto Marco Anelli/Tommaso Sacconi.

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