Un rigore geometrico assoluto, espressione di razionalità e funzionalità, simbolo di una società priva di conflitti in cui arte, architettura e filosofia venivano sublimate in una forma ideale, che attraverso le teorie della prospettiva e delle proporzioni unite a una grande attenzione e misura nella progettazione architettonica ha definito nel Rinascimento i confini e i significati della Città ideale, perfettamente espressi nel dipinto anonimo che si trova a Urbino nella Galleria nazionale delle Marche. Un archetipo di cui Pienza, Sabbioneta, Palmanova e Terra del Sole rappresentano forse le massime realizzazioni, che oggi si fonda su differenti parametri tra cui la valorizzazione della natura e della biodiversità, la salvaguardia dell’habitat con la creazione di spazi verdi, la messa a dimora di alberi, la realizzazione di edifici autosufficienti dal punto di vista energetico, servizi automatizzati, digitalizzazione diffusa, percorsi differenziati per il traffico veicolare e ciclopedonale resi ottimali dalla gestione dei dati. Visioni tra utopia e realtà sulla base di modelli che nella loro frammentarietà ricordano una descrizione di Italo Calvino nel suo libro di culto Le città invisibili (Mondadori, pp. 216, 13 euro, eBook 7,99 euro): “Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure…”.
Itinerari insoliti
Come definire per esempio The Line, la città verticale lunga centosettanta chilometri, che avanza anche se tra molte difficoltà nella regione settentrionale dell’Arabia Saudita? Può rappresentare un’idea distopica, apparire la location di una megaproduzione hollywoodiana, o prevedere un nuovo modo di pensare e costruire i luoghi in cui abitiamo. Da sempre siamo abituati a vivere in territori definiti da quartieri con abitazioni, attività commerciali, industriali, centri per l’educazione, l’apprendimento, la cura della persona e il tempo libero in aree comuni o divise per zone, intervallati con spazi verdi. The Line (https://www.youtube.com/watch?v=c7yElfNAZwE) ci suggerisce invece la possibilità di un itinerario che segue una traccia orizzontale in cui le aree urbane si integreranno con quelle naturali. Si potrà percorrere in venti minuti con i treni ad alta velocità e attraversare a piedi dato che avrà una larghezza di duecento metri con edifici sviluppati in altezza fino a centocinquanta piani. Una città di nove milioni di abitanti senza automobili e completamente autonoma dal punto di vista energetico con costi di costruzione previsti di almeno cinquecento miliardi che potrebbero anche raddoppiare. Gli edifici avranno facciate a specchio per fondersi con l’ambiente circostante, riflettere i raggi del sole e diminuire le temperature.
Profonda discontinuità
The Line ha l’ambizione di esprimere un concetto di sviluppo urbano declinato sia nella dimensione verticale sia in quella orizzontale e di indicare una diversa e più sostenibile dimensione dell’abitare in cui sono ridotti al minimo l’inquinamento atmosferico e acustico. Il progetto fa parte di un piano denominato Neom, che prevede la costruzione di altri centri urbani fondati su nuovi modelli di vita, lavoro e tempo libero, organismi complessi e in divenire che segnano una profonda discontinuità con le città nel corso della storia non solo in Occidente. Avverte la scrittrice Gaia Manzini nell’articolo Città dell’utopia reale su L’Espresso del 16 aprile 2023: “Come sosteneva l’urbanista-sociologo Lewis Mumford, le città sono un prodotto del tempo: sono gli stampi in cui si sono solidificate le vite degli uomini. E non solo: le città sono in relazione con le altre. La città nel deserto appare solo come un bellissimo esercizio letterario che ricorda Dino Buzzati… Quando parliamo di città nel mondo… dobbiamo pensare che quelle città hanno come immaginario la città europea. In Asia come negli Stati Uniti, le città contengono pezzi di città europee”. Perché, precisa nello stesso articolo Aldo Colonetti, filosofo, docente di Estetica delle cose al Politecnico di Milano: “Le città non sono episodi formali, non sono calate dall’alto, ma sono episodi frutto di stratificazioni, dove l’architettura è la forma ultima dei conflitti e dei contrasti interni alla cultura”. Di fronte alle sempre più stringenti sfide di tipo sociale, ambientale e tecnologico che si presentano in forme e modalità diverse a livello planetario, le risposte sono molteplici. In La ville stationnaire. Comment mettre fin à l’étalement urbain (Actes Sud, pp. 352, 23 euro) Philippe Bihouix, direttore generale di AREP, la più grande agenzia francese di architettura pluridisciplinare, Sophie Jeantet e Clémence De Selva, architetti e urbanisti, ci ricordano che le città non possono sostenere una crescita senza limiti.
Miglioramento qualitativo
La loro espansione richiede un continuo bisogno di risorse energetiche, alimenta la cementificazione del suolo, elimina i terreni agricoli, boschivi e forestali e si scontra con i limiti territoriali. Per Bihouix, Jeantet e De Selva la bioedilizia, basata sul rispetto dell’equilibrio ambientale e delle persone, nonostante la crescente diffusione degli ultimi anni è ancora marginale e i benefici promessi dalle tecnologie digitali e dall’automazione delle città sono misteriosi o molto ridotti. Gli autori di La ville stationnaire pensano che le città non possono superare le difficoltà causate di uno sviluppo infinito senza perdere la loro identità. Devono quindi interrompere questa lunga fase di espansione e concentrare le risorse sul miglioramento qualitativo. Si può così aprire una nuova fase in cui i centri abitati medi e piccoli, ma anche i borghi e i villaggi potranno essere più attrattivi delle metropoli, garantire una migliore distribuzione dei servizi, del lavoro e delle competenze con benefici anche dal punto di vista economico. Nel libro Voglia di restare. Indagine sui giovani nell’Italia dei paesi (Donzelli editore, pp. 224, 19 euro) l’Associazione Riabitare Italia si pone l’obiettivo di comprendere i motivi che, nonostante le difficoltà dovute al declino demografico ed economico delle aree interne, suggeriscono di restare, ritornare o decidere di spostarsi dalle città. In una ricerca realizzata attraverso interviste coordinata da Andrea Membretti, docente di Sociologia del territorio all’Università di Pavia e Sabrina Lucatelli, direttrice dell’Associazione e componente del Nucleo di valutazione del Dipartimento per la coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri, emergono problemi come la mobilità e i servizi, ma anche l’opportunità di vivere a contatto con la natura e di avere una migliore qualità della vita. Tendenze che per radicarsi dovranno essere accompagnate da politiche ambientali e sociali più favorevoli di quelle attuali.
Sistema di connessioni
La creazione, tra sogno e utopia, di città ideali come Candigarth di Le Corbusier o Brasilia di Niemayer, che hanno segnato l’immaginario degli anni 50 e 60 del Novecento, vengono oggi indicate come esempi da non seguire nonostante le eccellenti qualità dei progetti dal punto di vista architettonico e urbanistico, perché non è possibile prevedere in modo astratto le dinamiche che guidano i flussi vitali dei luoghi abitati. Come già nel 1961 avvertiva Lewis Mumford nel suo testo più famoso La città nella storia (Castelvecchi, pp. 864, 39 euro) dove disegna una mappa imprescindibile dell’evoluzione dei centri urbani nella cultura occidentale e in cui anticipa l’importanza della dimensione ambientale ed ecologica, la città è un sistema di connessioni, espressione di culture diverse e in continuo movimento, manifestazione dell’intelligenza collettiva. Per Tallin, capitale verde d’Europa 2023, all’avanguardia nella digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, l’idea di futuro deve declinarsi sui temi della biodiversità e sull’innovazione tecnologica a supporto della qualità ambientale da realizzare attraverso una serie di interventi di piccole e medie dimensioni. Attraverso GoGreenRoutes (https://gogreenroutes.eu), la rete dei centri abitati europei a favore della sostenibilità, i cittadini della capitale dell’Estonia sono diventati parte attiva nella proposta e nella realizzazione di innovative soluzioni di design urbano tra cui la creazione di una zona verde lunga 13 chilometri che favorisce l’attività di impollinazione delle api e nella gestione delle acque piovane. La città, che può contare su un diffuso trasporto pubblico gratuito e su politiche efficienti nella diffusione delle energie pulite, nell’economia circolare e nella produzione alimentare si segnala anche per le numerose aree boschive, che secondo lo studio Elusloodus OÜ (https://news.err.ee/1608871382/study-tallinn-home-to-exceptionally-high-wildlife-numbers) ospitano circa millecinquecento esemplari di diverse specie animali.
_____________________________________________________________
“Massima valorizzazione della natura e della biodiversità, salvaguardia dell’habitat con la creazione di spazi verdi e la messa a dimora di alberi”
“The Line, la città che sorgerà in Arabia Saudita può rappresentare un’idea distopica, o prevedere un nuovo modo di pensare e costruire”
“I centri abitati sono il frutto di numerose stratificazioni, dove l’architettura è la forma dei conflitti e dei contrasti interni alla cultura”
“Le città non possono avere una crescita senza confini, la loro espansione elimina i terreni agricoli e forestali e si scontra con i limiti territoriali”
“Se riusciranno a garantire una migliore distribuzione dei servizi e del lavoro, anche i centri medi e piccoli potranno essere molto attrattivi”
“A Tallin i cittadini sono diventati protagonisti e parte attiva nella proposta e nella realizzazione di innovative soluzioni di design urbano”
_____________________________________________________________
POLARIZZAZIONE SOCIALE
La realizzazione delle smart city non è quasi mai un processo indolore e può creare delle fratture a livello sociale e culturale difficilmente recuperabili
Crocevia di reti e flussi che cambiano continuamente la composizione sociale e culturale dei suoi abitanti e ne alimentano l’intelligenza collettiva, le città definiscono diversi modelli urbanistici che ripensano le sue funzioni secondo i parametri di un nuovo ed efficace disegno ambientale per contrastare in modo particolare i problemi climatici e le emergenze sociali. Alla superata separazione in zone con caratteristiche specifiche e a una mobilità basata quasi esclusivamente sull’automobile, si sovrappone una visione di centro abitato più attento alla qualità della vita con sinergie tra componenti diverse. Innovative espressioni di agricoltura urbana possono per esempio convivere con forme di manifattura non inquinanti e che con l’uso di tecnologie avanzate non hanno più la necessità di grandi spazi. Si riduce così il fenomeno del pendolarismo con significativi miglioramenti sia dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico e acustico sia per il recupero di momenti da dedicare alla vita personale grazie ai minori tempi di percorrenza tra il luogo in cui si abita e quello dove si lavora. L’espansione delle piattaforme digitali, che sempre più regolano la nostra esistenza e si affermano come le strutture essenziali per il funzionamento dei centri abitati e in modo particolare delle grandi aree metropolitane, la mobilità delle persone e delle merci cui si deve aggiungere l’effetto troppo spesso deflagrante del turismo hanno alimentato i settori della logistica, diventata una delle economie fondamentali delle città sia per quanto riguarda le piattaforme digitali sia per i trasporti tradizionali. Un tipo di sviluppo che, come ci ricorda il sociologo Aldo Bonomi, docente allo IULM di Milano, fondatore e direttore del Consorzio AASTER in Smart city, la trasformazione non è un processo indolore (Il Sole 24 Ore, 18 giugno 2023, p. 3) incide fortemente sulla composizione sociale. La realizzazione delle smart city non è infatti un processo indolore, non è “un sentiero di naturale crescita diffusa di nuovi ceti medi come qualcuno aveva creduto parlando di città creative”, ma al contrario, anche a causa della mancanza di mediazione da parte della politica, favorisce una forte polarizzazione e può creare delle fratture difficilmente recuperabili.



