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Visioni in mutamento tra ricerca e creatività 

Lo sviluppo delle città oscilla tra un futuro distopico formato da megalopoli transnazionali con un numero di abitanti superiore a quelli dell’Unione europea e un domani in cui le trasformazioni urbane accompagneranno e orienteranno quelle sociali e politiche. Nel primo caso l’esempio più emblematico è quello dell’aggregato di città in via di formazione sulla costa africana occidentale che si estende per settecento chilometri da Abidjan in Costa d’Avorio a Lagos in Nigeria attraverso Accra in Ghana, Lomé in Togo e Cotonou nel Benin, che si ritiene potrà arrivare a fine secolo a cinquecento milioni di abitanti ed essere il territorio più densamente popolato della Terra. Un unico grande centro abitato che pone numerosi interrogativi a livello gestionale e politico riguardo per esempio alle scelte su infrastrutture, distribuzione dell’acqua e adattamento ai cambiamenti climatici. Oggi nelle Afriche vivono 1,4 miliardi di persone, un numero destinato a raddoppiare intorno al 2050 e, secondo le stime dell’Unu, a raggiungere a fine secolo quasi quattro miliardi di abitanti, il quaranta per cento della popolazione mondiale (https://population.un.org/wpp/Publications/Files/WPP2019_Highlights.pdf). Una crescita vertiginosa concentrata quasi esclusivamente nei centri abitati che pone numerose sfide tra cui la salvaguardia delle città piccole e intermedie per evitare di essere inglobate in quelle più grandi e nelle megalopoli e non compromettere così le loro diverse identità, come è successo a Oyo, Takoradi e Bingerville ormai parti integranti di Lagos, Accra e Abidjan.

Modello policentrico
Per affrontare un incremento demografico senza precedenti, i governi africani dovranno dedicare la massima attenzione alle politiche di pianificazione territoriale. Se un’urbanizzazione concentrata può favorire sinergie in campo economico e nei servizi, pone però numerosi problemi legati al traffico, all’inquinamento, ai rifiuti, alle reti energetiche e digitali, che possono provocare un’espansione caotica con la marginalizzazione delle aree più lontane dal centro e una bassa qualità della vita, spesso inferiore a quella delle zone rurali. Sarà quindi fondamentale cercare di raggiungere il miglior equilibrio possibile tra i diversi risultati in campo economico, sociale e ambientale sia con la rigenerazione di metropoli e città sia con la realizzazione di nuovi centri di non più di centocinquantamila abitanti collegati tra loro attraverso un efficiente e sostenibile modello policentrico con spazi aperti, infrastrutture e trasporti integrati. Un esempio è costituito da alcune nuove città in via di realizzazione in Nigeria, Kenya e Ghana su progetto dello studio multinazionale di ingegneria, architettura e pianificazione urbanistica SOM in collaborazione con Rendeavour, la maggiore società privata per lo sviluppo del territorio del continente africano con capitali americani, norvegesi, britannici e neozelandesi.

Aree verdi e soluzioni hi tech
Se Jigna, che si estende su un’area di 757 ettari al confine con la Outer Northern Expressway di Abuja, la capitale della Nigeria, si propone come un modello di città fondato sulla protezione e la valorizzazione delle risorse naturali di un habitat segnato da una importante biodiversità secondo un’idea di sostenibilità che potrà essere seguita anche da altre comunità, Tatu City rappresenta un esempio interessante di nucleo urbano fondato sulla vitalità economica e sulla creatività. Situato a soli sedici chilometri a nordest della capitale Nairobi la città, al cui centro si trova su una superficie di 160 ettari il Central Businisess District, ha tra le sue principali caratteristiche il rispetto dell’ambiente, l’elevato livello tecnologico delle infrastrutture e le opportunità che potrà offrire per il lavoro e il tempo libero oltre a un sistema di servizi nei trasporti, nei campi della sanità, della scuola, dell’università, dell’amministrazione pubblica, della cultura e dello spettacolo. Apollonia si trova invece ai confini della grande area metropolitana di Accra e si segnala per la particolare cura riservata dallo studio SOM al verde diffuso e accessibile a tutti con un ampio parco nel cuore del centro abitato e per un’ampia rete di trasporti pubblici in sinergia con una mobilità privata non più fondata sull’automobile. L’attenzione posta nella distribuzione degli spazi verdi che seguono l’andamento del terreno, si rivela inoltre una scelta strategica per far defluire le acque piovane nei fiumi a valle della città e ridurre in modo significativo il rischio di inondazioni all’interno dell’abitato in una regione in cui sono le piogge possono diventare molto pericolose. La città, che fa parte di un piano nazionale del governo del Ghana per limitare la carenza strutturale di abitazioni, si sviluppa su una superficie di 941 ettari e potrà ospitare quasi novantamila abitanti con zone residenziali, commerciali e riservate alle industrie con tecnologie avanzate e innovative.

Realtà e propaganda
Per lo sviluppo dei paesi africani saranno sempre più necessarie politiche e progetti non calati dall’alto ma basati sulle esigenze dei diversi territori capaci di coinvolgere in modo attivo le popolazioni per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, la salvaguardia delle risorse idriche attraverso il drenaggio e il riciclo delle acque e la valorizzazione del patrimonio forestale, importante fonte di energia e cibo, fondamentale presidio per la mitigazione del clima, la protezione del suolo e le pratiche agricole. Molto impegno dovrà essere dedicato alla diminuzione dell’uso del cemento, un materiale particolarmente energivoro, utilizzato in modo massiccio nelle infrastrutture e nell’attività edilizia, spesso con un impatto negativo a livello paesaggistico e ambientale. Non devono trarre in inganno le parole d’ordine smart e green city, sempre più utilizzate per dissimulare i reali contenuti dei progetti come nella nuova, sontuosa capitale amministrativa egiziana in costruzione in un’area desertica a cinquanta chilometri dal Cairo. Una città in cui tutto sarebbe pensato per minimizzare il consumo energetico, efficientare i trasporti e aumentare l’impiego di energie rinnovabili grazie a tecnologie modernissime, tra cui un sistema di videocamere di sorveglianza e di sensori di movimento in grado di monitorare ogni singolo spostamento. Come ha dichiarato all’Espresso Alessia Melcangi, professoressa associata di Storia e istituzioni del Nord Africa e del Medio Oriente all’Università La Sapienza di Roma e non-resident senior fellow all’Atlantic Council di Washington: “esiste una grande differenza tra ciò che viene raccontato nella propaganda di Al-Sisi e la realtà” (https://espresso.repubblica.it/attualita/2023/04/21/news/egitto_deserto_capitale_alsisi-397060959/). Nonostante venga raccontata come una “smart and green city”, la costruzione della nuova città ha richiesto infatti delle enormi quantità di cemento e un notevole consumo di suolo.

Intelligenza collettiva
Secondo la World Bank, l’istituzione finanziaria internazionale che concede prestiti e sovvenzioni ai progetti di sviluppo dei paesi a basso e medio reddito, attualmente vivono nelle città 4,4 miliardi di persone (https://www.worldbank.org/en/topic/urbandevelopment/overview#1). In base alle proiezioni dell’Onu possiamo inoltre prevedere che nel 2050 la popolazione mondiale si avvicinerà alla soglia dei dieci miliardi. Dato che il settantacinque per cento delle persone vivrà nei centri urbani, nei prossimi venticinque anni per poter ospitare circa tre miliardi di persone si dovranno quindi costruire nuove città e ampliare quelle esistenti. La maggior parte delle abitazioni già realizzate dovranno inoltre affrontare profondi cambiamenti sia a livello di prevenzione sia di adattamento per affrontare i cambiamenti climatici e adeguarsi all’utilizzo delle nuove fonti energetiche. Secondo quali principi verranno definite le scelte fondamentali per questa straordinaria trasformazione demografica, ecologica e tecnologica, per rispondere ai bisogni abitativi e migratori, per creare le condizioni dello sviluppo economico e sociale? Per affrontare queste sfide le città dovranno interpretare il cambiamento con la realizzazione di una fitta rete di connessioni non solo digitali ma soprattutto umane, l’incremento delle attività creative e investimenti in educazione, cultura e in modo particolare nella capacità di coinvolgere la popolazione nelle decisioni fondamentali con un metodo di progettazione capace di sviluppare un sistema di relazioni tra i diversi portatori di interessi pubblici e privati, cui spetterà il compito di fare delle proposte e i cittadini che dovranno intervenire nel processo decisionale non solo per selezionare le soluzioni migliori, ma anche per suggerire varianti e presentare nuovi progetti e idee. Città quindi come organismi vivi e in continuo mutamento, centri di collegamento ed elaborazione di nuove culture e tecnologie, espressioni dell’intelligenza e della creatività collettiva.

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“Se un’urbanizzazione concentrata può favorire sinergie in campo economico, pone però molti problemi legati al traffico, all’inquinamento e ai rifiuti”

“Una rete di centri di non più di 150.000 abitanti può rivelarsi una soluzione efficiente e sostenibile a livello economico, sociale e ambientale”

“Sarà sempre più importante promuovere delle politiche e dei progetti non calati dall’alto ma basati sulle reali esigenze dei diversi territori”

“Non devono trarre in inganno le parole d’ordine smart e green city, molto spesso utilizzate per dissimulare i reali contenuti dei progetti”

“Una programmazione rivolta non solo all’innovazione tecnologica ma attenta a evitare la frammentazione sociale e gli squilibri dell’habitat”

“Le città dovranno sviluppare network di connessioni non solo digitali ma soprattutto umane, attività creative e investimenti in educazione e cultura”

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NUOVE TRASFORMAZIONI URBANE
Progetti d’avanguardia di centri abitati dove la tecnologia viene utilizzata in funzione della sostenibilità per definire nuove declinazioni di comunità civiche 

Secondo i dati diffusi dalla Commissione europea, le aree urbane consumano a livello globale più del sessantacinque per cento di energia e sono responsabili di oltre il settanta per cento delle emissioni di CO2 (https://www.esg360.it/environmental/commissione-ue-scelte-le-100-citta-che-diventeranno-smart-e-carbon-neutral-9-le-italiane/). Assume quindi sempre maggior importanza la trasformazione di quelle esistenti e la costruzione di nuove città in luoghi dove lo scopo principale non è più l’innovazione tecnologica come avviene solitamente per le smart city, ma solo una delle componenti di un progetto in cui hanno un grande rilievo le scelte per contrastare i problemi di frammentazione sociale e gli squilibri ambientali. Uno dei simboli di questa evoluzione è Toronto, che ha rinunciato alla proposta di Sidewalk Labs, una società della galassia Google che in un’ampia zona del lungomare prevedeva la realizzazione di servizi per lo sviluppo economico, facilitare l’accesso ad abitazioni a prezzi accessibili, una mobilità più sostenibile e maggiore sicurezza con l’uso di banche dati digitali e una diffusa rete di telecamere, a favore di una progettualità partecipata, rispettosa dei dati personali e dell’ambiente. Con la sua conversione da smart city a green-eco city la città si pone all’avanguardia di un processo di trasformazione urbana anche attraverso la costruzione di grattacieli in legno e la diffusione di veicoli a guida autonoma https://www.toronto.ca/services-payments/water-environment/environmentally-friendly-city-initiatives/. Una filosofia dell’abitare di cui l’urbanista e psicologo catalano Salvador Rueda, è stato precursore già dai primi anni Novanta a Barcellona con la creazione delle Superilles, grandi blocchi di nove isolati in cui vengono suddivisi i quartieri della città e dove la circolazione delle auto è consentita quasi esclusivamente lungo il loro perimetro. Si migliora così la qualità dell’aria, si ampliano gli spazi dedicati al verde e alle piste ciclabili, si formano luoghi di sosta per le persone e aree per i giochi dei bambini. La prima grande città in cui la maggior parte delle strade non è destinata alle auto e il maggior numero delle persone non ne possiede una.

Gerhard Richter, Strip (930-3), 2013. Dalla mostra Gerhard Richter. 100 Werke für Berlin, Neue Nationalgalerie, Berlino, fino al 31 dicembre 2026. © Foto David von Becker.
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