Secondo il Conflict Index 2025, rapporto annuale dell’Armed Conflict Location and Event Data, l’organizzazione Usa non profit e non governativa che raccoglie e analizza i dati sulle guerre nel mondo, i conflitti a livello globale sono in continuo aumento (https://acleddata.com/series/acled-conflict-index). Nel 2023 sono per esempio cresciuti del dodici per cento rispetto al 2022 e del quaranta per cento riguardo al 2020. Una persona su sei vive inoltre in un’area di scontri. Cinquanta paesi sono segnati da ostilità definite estreme, elevate o turbolente in base a quattro indicatori: mortalità, pericolo per i civili, diffusione geografica. Nel 2025 la Palestina è risultata al primo posto del Conflict Index per gli “alti livelli di violenza in circa il 70 per cento di Gaza e della Cisgiordania” e per la diffusione della guerra che ha coinvolto la quasi totalità dei suoi territori, seguita dal Myanmar a causa del “conflitto più frammentato al mondo, con oltre 1.200 diversi gruppi armati che, secondo le segnalazioni, sarebbero stati coinvolti in almeno un evento violento”, mentre nel 2024 il Messico si era rivelato lo stato più pericoloso per i civili direttamente presi di mira dai cartelli del narcotraffico nelle loro violente lotte per la supremazia e l’Ucraina era risultata la nazione con il maggior numero di vittime fino al 7 ottobre 2023, inizio del conflitto tra Hamas e lo stato di Israele.
Visioni paradossali
Tra i cinquanta stati più violenti, due si trovano nel continente africano (Nigeria e Sudan), tre in Medio oriente (Palestina, Yemen e Siria), uno in Asia (Myanmar) e quattro in America Latina (Messico, Brasile, Colombia e Haiti) dove non si rilevano guerre in senso tradizionale, ma una lunga serie di conflitti mortali per la conquista o il mantenimento del potere e il controllo del territorio, che rappresentano un fattore costante di instabilità, mancanza di crescita e di forte rischio per la popolazione. Se lo scorso anno il Pakistan è diventato il paese più pericoloso per i civili (sono aumentate le morti dovute alla violenza politica a causa della crescente insurrezione regionale e di una breve ma intensa escalation degli scontri con l’India), Haiti è stata la nazione più letale (più di 4.500 haitiani sono stati uccisi a causa della violenza politica e sono aumentati gli attacchi mirati contro la popolazione), mentre in Ecuador sono state registrate 1.000 morti in più rispetto al 2024 a causa della violenza politica. Non tutte le guerre ricevono però la stessa attenzione mediatica dato che l’impegno dei mezzi di comunicazione si rivolge prevalentemente ai conflitti più rilevanti a livello internazionale e geopolitico senza dimenticare le difficoltà di mettere in primo piano gli scontri a livello interno, quasi sempre più complessi da interpretare, e le minacce di numerosi paesi agli operatori dell’informazione. In una situazione così complessa e caotica si cercano spesso riferimenti con il passato per meglio capire le dinamiche nascoste e gli interessi che avvantaggiano uno o più contendenti a discapito degli altri, ma si rischia così di non comprendere le lezioni di grandi narratori e interpreti degli avvenimenti del passato come Tucidide, Tacito, Machiavelli e Gibbon anche perché, come ha scritto Karl Marx in Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Editori Riuniti, pp. 248, 18 euro), un’acuta analisi sulla caduta dei regimi democratici, la comparsa a metà Ottocento del fenomeno populista e sul ruolo che il parallelismo storico ha avuto nel formare l’azione rivoluzionaria, “la storia si ripete due volte, prima come tragedia poi come farsa”. Marx indica così una delle tendenze politiche maggiormente paradossali, più gli eventi sembrano senza precedenti più cerchiamo dei parallelismi con il passato non solo per legittimare, ma anche per prevedere, interpretare, oppure condannare nuovi movimenti e regimi.
Ritorno all’antico
Dai richiami all’influenza spagnola del 1918-1920, alla peste nera del XIV secolo o alla peste di Atene del 430 a. C. per il Covid-19 ai paragoni con la Guerra fredda riguardo alle tensioni tra Stati uniti e Cina, alla Rivoluzione industriale oppure alla bomba atomica per le intelligenze artificiali, all’abuso del termine “fascismo”. Per tutti questi parallelismi, il punto di riferimento è il grande storico ateniese Tucidide. Come ci ricorda Mark Fisher, professore associato alla Georgetown University di Washington, studioso della storia del pensiero democratico e della democrazia ateniese nell’articolo What would Thucydides say?, pubblicato su Aeon, rivista di cultura online indipendente (https://aeon.co/essays/what-thucydides-really-thought-about-historical-analogies): “Ever since the early 2010s, when Graham Allison began referring to the stress on global order produced by hegemonic rivalry as ‘Tucydides’ Trap’, foreign policy discussions have themselves often appeared trapped by the need to balance geopolitical analysis with exegesis of an ancient text” (Fin dai primi anni Dieci del Duemila, quando Graham Allison ha definito la tensione nell’ordine globale causata dalla rivalità per l’egemonia la “trappola di Tucidide”, gli studi di politica estera sono stati spesso condizionati dalla necessità di comparare l’analisi geopolitica con l’interpretazione di un testo antico). Durante la guerra civile americana l’Epitaffio, l’orazione funebre di Pericle pronunciata durante la guerra del Peloponneso nel 430 a. C., è servito per esempio a Lincoln per il suo discorso di commemorazione dei caduti nella battaglia di Gettysburg, in segno di pacificazione fra le due parti in lotta durante la guerra di secessione.
Parallelismi verbali
Tucidide era consapevole della complessità del rapporto tra passato, presente e futuro e si augurava che il suo lavoro potesse essere un utile strumento per interpretare eventi già accaduti che avrebbero potuto ripetersi in forme simili nel presente. Tra i suoi interpreti c’è chi ritiene che lo storico ateniese volesse semplicemente offrire ai suoi lettori delle informazioni per comprendere meglio i processi in atto e chi invece pensa che La guerra del Peloponneso sia un indispensabile manuale per interpretare i ricorsi dei fenomeni storici, prevenire e risolvere i problemi che si presentano periodicamente nella vita politica. Come suggerisce la filologa francese Jacqueline Worms de Romilly, autrice nel 1963 di Thucydides and Athenian Imperialism (Barnes and Noble, pp. XI, 400), uno degli studi fondamentali sullo storico greco, Tucidide crea nella sua narrazione dei parallelismi, dei fils conducteurs (guiding threads nella traduzione inglese), in cui si alternano intuizioni e somiglianze che intrappolano il lettore in una ragnatela abilmente definita attraverso la narrazione dello scrittore con una tensione tra quello che è accaduto e ciò che ci si aspetta possa avvenire.
Divergenze e accuse
Le similitudini apparentemente più convincenti possono di conseguenza rivelarsi fuorvianti. Prendiamo per esempio una frase in cui lo storico afferma: “Pochi tra molti (combattenti, ndr) sono tornati a casa”. Tucidide evidenzia questa situazione in tre diverse occasioni, per commemorare le devastanti sconfitte militari delle due grandi spedizioni ateniesi in Egitto e in Sicilia e per valutare le devastanti conseguenze di un attacco a sorpresa che ha colto nel sonno un intero esercito della città di Ambracia e lo ha annientato. La ripetizione della frase spinge il lettore a giudicare questi fatti in modo simile, ma la rovinosa sconfitta subita in Sicilia dall’esercito ateniese, l’ultima delle tre in ordine di tempo, non sarebbe stata evitata dalla conoscenza e dall’analisi delle precedenti disfatte. Non fu infatti causata da negligenze come avvenne per la spedizione egiziana o nel massacro degli ambracioti, ma dalle divergenze e dalle accuse di dispotismo nei confronti del generale ateniese Demostene. Le analogie vengono così utilizzate da Tucidide più per alimentare dei sentimenti estremi di soggezione o indignazione che per fare emergere situazioni più sfumate e in modo meno categorico.
Analogie ingannevoli
L’uso improprio delle similitudini, oltre alle numerose citazioni erroneamente attribuite allo storico ateniese, può provocare dei veri e propri cortocircuiti che ci impediscono di comprendere il reale svolgimento dei fatti. La disastrosa sconfitta di Atene in Sicilia, che ha causato un numero di vittime di poco inferiore a quelle della peste e scosso in modo profondo la fede degli ateniesi nella democrazia, tanto da portare a un temporaneo governo oligarchico, è paradigmatica. Tucidide ricorda l’uccisione di Ipparco, figlio minore del tiranno Pisistrato, da parte dei due aristocratici ateniesi Armodio e Aristogitone quasi un secolo prima della guerra del Peloponneso. In seguito a questo evento venne loro attribuito il merito di aver posto fine al dispotismo e di aver avviato la transizione verso la democrazia, ma Tucidide svela l’inganno su cui si era basata la loro fama. Essi avevano infatti assassinato Ipparco per motivi personali e non per porre fine al dispotismo con la conseguenza di una recrudescenza del potere del tiranno. La leggenda si rivelò tuttavia uno strumento decisivo per gli aspiranti leader di Atene contrastati dal generale Alcibiade, che aveva le qualità per portare al successo la spedizione in Sicilia. I suoi rivali, con un falso parallelismo, si presentarono come i successori di Armodio e Aristogitone e insinuarono che Alcibiade era pronto a fare un colpo di stato. Alcibiade venne così spinto a disertare verso Sparta con danni irreparabili per Atene. La narrazione di Tucidide avrebbe forse potuto evitare la rovinosa sconfitta dei greci, ma non poteva certo impedire agli opportunisti di costruire analogie ingannevoli con il passato. Ieri come oggi.
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“I conflitti a livello globale sono in continuo aumento, ma non tutte le guerre ricevono la stessa attenzione da parte dei mezzi di comunicazione”
“Più gli eventi sembrano senza precedenti più cerchiamo dei parallelismi con il passato per legittimarli, prevederli, interpretarli o condannarli”
“Dal Covid-19, alle tensioni fra Stati uniti e Cina, oppure alle intelligenze artificiali il punto di riferimento è lo storico ateniese Tucidide”
“C’è chi ritiene che La guerra del Peloponneso sia un manuale per interpretare i fenomeni storici e risolvere i problemi della vita politica”
“Le similitudini apparentemente più convincenti possono però rivelarsi fuorvianti e il loro uso improprio può provocare dei cortocircuiti”
“Ieri come oggi è bene prestare molta attenzione alle ‘fake news’ dei numerosi opportunisti che costruiscono analogie ingannevoli con il passato”
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IL RUOLO FONDAMENTALE DELLA STORIA
Superare le diversità culturali e sociali nel segno di Martin Luther King Jr.
Per evitare analogie ingannevoli nella interpretazione di eventi e personaggi del passato può essere utile ripercorrere le idee che hanno definito la formazione di Martin Luther King Jr., il pastore protestante e attivista politico che attraverso la resistenza non violenta influenzata dal pensiero e dall’opera di Gandhi, ha segnato in modo indelebile la conquista dei diritti civili degli afroamericani negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Il sogno e la speranza di Martin Luther King di un mondo e di un avvenire migliore più che sul pensiero e le azioni fondati sulla nonviolenza di Gandhi, hanno però la loro origine nella filosofia del personalismo, basata sulla centralità della persona intesa come valore assoluto e inalienabile, che ha i suoi principali punti di riferimento in Socrate, nel cristianesimo, nella fenomenologia, nel pensiero socialista e libertario. Per King il benessere delle persone deve essere non solo una speranza ma lo scopo per cui vale la pena lottare sia a livello personale contro l’orgoglio e l’avidità sia a livello sociale contro il razzismo, il capitalismo fine a sé stesso, l’imperialismo e il nazionalismo. La storia è la somma dei nostri comportamenti e delle nostre azioni che si susseguono nel corso del tempo e si può trasformare nell’alleata più preziosa per dare un senso alle nostre esistenze attraverso le lotte per la giustizia sociale. Il personalismo sviluppato da King, basato sulla capacità morale di distinguere tra il bene e il male, tra scelte corrette e inadeguate, tra giustizia e ingiustizia, costituisce uno dei punti focali di questa tensione verso una società più equa ed equilibrata. Una volontà etica, una filosofia dell’esistenza basate sull’uguaglianza, sulla comprensione, sul superamento delle diversità culturali e sociali, sul desiderio di prenderci cura gli uni degli altri, ancora molto attuale soprattutto se ampliata all’impegno per il pianeta e tutti gli esseri viventi. Storia quindi come espressione della consapevolezza delle conseguenze dei nostri atti in una visione olistica e umanistica dell’esistenza per il raggiungimento di una democrazia autentica. King ha lottato non solo perché venga riconosciuto il valore unico e infinito di ogni persona, ma perché sia intimamente compreso in modo da obbligarci ad attuare concretamente valutazioni e azioni capaci di farci raggiungere questi obiettivi perché ognuno di noi dipende in modo indissolubile dagli altri. Una lezione di altissimo valore soprattutto in un’epoca come l’attuale in bilico tra democrazia e autocrazia, totalitarismi e libertà individuali, tra scelte autonome e imposte da algoritmi oppure dalle intelligenze artificiali.



