Le conseguenze della cattiva educazione

Nei paesi occidentali, che ancora oggi rappresentano la zona più ricca ed evoluta del pianeta, si registra un fenomeno diffuso in tutti gli strati sociali, ma soprattutto tra chi ha minori livelli di istruzione, che ha resistito all’evoluzione culturale e ai mutamenti nel mondo della produzione. Una percentuale elevata di uomini pensa ancora di poter trarre vantaggio nelle diverse attività della vita quotidiana solo perché appartiene al cosiddetto sesso forte. Un’idea dannosa, basata sull’antico concetto della preminenza del ruolo maschile, che denota una preoccupante mancanza di formazione e scarsa capacità di adeguarsi alle diverse esigenze sociali e alle domande di un mercato del lavoro in continua evoluzione. Secondo la rivista Fortune, circa il 95 per cento dei 500 CEO (Chief Executive Officier), cioè degli amministratori delegati delle più importanti aziende mondiali appartengono al sesso maschile. Così come il 98 per cento dei billionaire e del 93 per cento dei capi di governo. Nei film più premiati al botteghino inoltre, meno di un terzo dei personaggi principali sono donne e più dei tre quarti dei protagonisti sono uomini. Il fatto che i ruoli sociali più prestigiosi continuano a essere quasi esclusivamente maschili non è tuttavia particolarmente rassicurante per chi appartiene ai livelli sociali meno elevati, perché molte delle loro attività di riferimento vengono sempre più spesso sostituite dalle tecnologie d’avanguardia (vedi articolo Ci attende un mondo senza lavoro) costringendo molte persone all’inattività o a lavori marginali e instabili.

Donne più esigenti
Oggi la vera ricchezza è rappresentata dalla conoscenza e in questo settore fondamentale e strategico la maggior parte degli uomini si trova in un preoccupante ritardo. Se nei paesi Ocse, l’organizzazione che riunisce i paesi più industrializzati, gli uomini sono solo il 42 percento dei laureati e, tra i teenager, i ragazzi dimostrano mediamente minori abilità in materie fondamentali come capacità di interpretazione di un testo, matematica e scienze, nei campus universitari del sudest asiatico e dell’Africa sub sahariana, le donne sono in numero maggiore degli uomini. Un’educazione migliore e la capacità di adattarsi alle più diverse situazioni consente alle esponenti del sesso femminile un’autonomia finanziaria molto superiore a quella avuta in passato dalle loro madri e nonne. Le donne sono quindi diventate più esigenti e hanno sempre più scarsa considerazione di mariti o compagni, che non solo non riescono a trovare occupazioni con cui garantire una vita familiare dignitosa, ma che spesso devono sostenere con il loro lavoro. Questo stato di cose rischia di provocare fratture difficilmente sanabili, che si ripercuotono inevitabilmente sugli equilibri tra i coniugi. La marginalizzazione economica, oltre a creare gravi disagi sociali, spinge spesso verso comportamenti borderline, che rischiano di sfociare in atti di violenza verso gli altri e se stessi. Un triste primato assegnato generalmente agli uomini, che costituiscono la maggior parte della popolazione carceraria del mondo occidentale e contano un numero molto superiore di suicidi rispetto alle donne.

Persistenza di antichi stereotipi
In The End of Men and the Rise of Women (Riverhead Books / Penguin, pp. 336, 17 dollari, eBook 10,19 euro) la giornalista e scrittrice americana Hanna Rosin analizza le cause che hanno portato a un mutamento così radicale nelle dinamiche di potere tra uomini e donne con profonde ripercussioni su sesso, matrimonio, figli, lavoro e afferma che nei prossimi anni le donne saranno protagoniste in 20 delle 30 professioni che si prevede avranno la maggiore crescita negli Stati uniti, tra cui la contabilità, l’assistenza negli ospedali, all’infanzia e la preparazione dei cibi. Come scrive Rosin:“The list of working-class jobs predicted to grow is heavy on nurturing professions, in which women, ironically, seem to benefit from old stereotypes,” (L’elenco dei lavori non altamente qualificati che si prevede cresceranno maggiormente nel prossimo futuro è soprattutto costituito dalle attività basate sulla cura delle persone, in cui le donne, paradossalmente, traggono vantaggio da vecchi stereotipi). Stereotipi profondamente radicati in molti esponenti del sesso maschile, ancora legati all’immagine dell’uomo che mantiene la famiglia e della donna che si dedica prevalentemente alla casa e ai figli. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso le regole erano semplici e chiare, anche se penalizzanti nei confronti del sesso femminile. Se una donna rimaneva incinta, la coppia, nella maggior parte dei casi, si sposava. Dopo il matrimonio, l’uomo pensava soprattutto al lavoro, lasciando quasi esclusivamente alla donna la responsabilità della casa.

Problemi psicologici e di comportamento
In seguito alla rivoluzione della pillola anticoncezionale le donne hanno iniziato a programmare la nascita dei figli in relazione alle proprie esigenze e alla carriera lavorativa. Questo ha portato un numero significativo di donne di alcuni dei paesi più industrializzati (negli Stati uniti circa il 23 per cento rispetto al quattro per cento del 1960) a guadagnare più degli uomini. Attualmente, sempre meno donne hanno bisogno dell’aiuto di mariti o compagni per essere autosufficienti e provvedere alla crescita dei figli. Una situazione che ha provocato cambiamenti profondi negli uomini, spesso impreparati a un mutamento così radicale, a livello psicologico e di comportamento. Secondo un sondaggio del Pew Research Centre Mothers, a metà degli anni Sessanta i padri lavoravano circa 42 ore alla settimana, dedicavano quattro ore ai lavori di casa e due, tre ore ai figli, mentre le madri dedicavano 28 ore ai lavori domestici, 10 ore alla cura dei bambini e un quinto di lavoro retribuito in più degli uomini raggiungendo le 51 ore settimanali. Attualmente, grazie a elettrodomestici e cibi pronti, i lavori di casa sono meno gravosi e più equamente divisi (18 ore la madre, dieci il padre) ed entrambi i genitori si dedicano maggiormente ai figli, ma se si somma anche l’attività professionale, le madri, a differenza dei padri, lavorano più di prima. Lo stesso sondaggio precisa che 68 per cento delle coppie) ritiene di aver raggiunto un compromesso soddisfacente e che i genitori di entrambi i sessi trovano difficoltà a conciliare lavoro e famiglia (56 per cento delle donne e 50 per cento degli uomini).

Figli fuori dal matrimonio
Lo studio del Pew Research Centre Mothers, utile per comprendere la differenza tra i modelli familiari tradizionali di ieri e di oggi non comprende tuttavia le coppie divise, il cui numero è in costante aumento e dove quasi sempre le donne imputano la causa della separazione alla scarsa collaborazione degli uomini al ménage familiare. Inoltre, soprattutto nelle classi sociali meno abbienti si registra una forte contrazione degli stipendi e una maggiore difficoltà a trovare un lavoro da parte degli uomini rispetto alle donne, che hanno invece migliorato le loro aspettative in termini di guadagno e di qualifica professionale. Questa situazione rende le donne della working class, che generalmente hanno solo il diploma di scuola secondaria di primo grado, meno fiduciose nei confronti degli uomini. Sempre più spesso preferiscono avere un figlio al di fuori del matrimonio e mantenerlo con il proprio lavoro, cui uniscono quando possibile gli aiuti statali. Una tendenza che coinvolge sia gli Usa sia molte nazioni europee, ma non l’Italia dove mancano contributi pubblici e la maternità è ancora scoraggiata dalla maggior parte delle aziende, con l’eccezione di alcuni paesi tra cui la Svezia, grazie a un’effettiva parità di genere, a generosi sussidi parentali e a una diffusa rete scolastica. Questo tipo di scelta trova però un riscontro molto più limitato (il sei per cento contro quasi il 50 per cento) negli strati sociali con migliori livelli di istruzione. Ma vivere separati in famiglie a basso reddito è dannoso per tutti i membri della famiglia. Negli Usa il tasso di povertà in nuclei familiari in cui è presente solo la madre è infatti del 31 per cento, quasi il triplo della media nazionale. Inoltre i bambini, cui manca il padre come modello di riferimento, hanno più problemi a scuola rispetto alle bambine. Nella maggior parte dei casi, guadagneranno meno da adulti e avranno probabilmente maggiori difficoltà a formare famiglie stabili contribuendo così, involontariamente, a continuare questo problematico modello sociale.

 


 

“Una percentuale elevata di uomini pensa di avere vantaggi nelle attività della vita quotidiana solo perché appartiene al cosiddetto sesso forte”

“Le donne hanno sempre meno considerazione di mariti o compagni, che non riescono a garantire una vita familiare sicura e l’educazione dei figli”

“La marginalizzazione economica, oltre a creare disagi sociali, spinge verso comportamenti borderline, che rischiano di sfociare in atti di violenza”

“Un numero sempre minore di donne hanno bisogno dell’aiuto di mariti o compagni per essere autosufficienti e provvedere alla famiglia”

“Nelle coppie divise, le donne imputano quasi sempre la causa della separazione alla scarsa collaborazione degli uomini al ménage familiare”

“I bambini che crescono senza padre hanno più problemi a scuola rispetto alle bambine e, nella maggior parte dei casi, guadagneranno meno da adulti”

 


 

Ora le donne preferiscono non avere figli
Crescita personale vs modelli familiari convenzionali

La rivoluzione culturale e sociale iniziata negli anni Sessanta del secolo scorso continua nel suo percorso evolutivo e si arricchisce di nuovi stimoli, contribuendo in modo decisivo a eliminare barriere e pregiudizi. Selfish, Shallow and Self-Absorbed, Sixteen Writers on the Decision Not to Have Kids una raccolta di saggi di sedici i autori americani sia uomini sia donne raccolti da Meghan Daum (pp. 289, 19,26 dollari, eBook 13,88 dollari) fa cadere, dopo quello che sanciva la supremazia maschile, anche il tabù che associa l’egoismo alla decisione di non avere figli. Un legame che sembra essere così profondamente radicato nell’inconscio collettivo da esercitare una profonda influenza e in certi casi una vera e propria dipendenza psicologica cui spesso si associa un senso di vergogna. I diversi contributi affrontano il problema con punti di vista differenti, ma sono accumunati dallo stesso desiderio di infrangere il mito della maternità in modo incisivo e documentato, ma anche con leggerezza e talvolta con una punta di ironia. Secondo il Pew Research Centre Mothers, nel 1970 solo una donna americana su 10 arrivava alla menopausa senza avere bambini, ma nel 2010 la percentuale è raddoppiata e un quarto delle donne americane con i migliori livelli di istruzione decide oggi di non fare figli. Tra i contributi si segnala in modo particolare quello della sociologa Laura Kipnis, la quale afferma che la maternità è solo una convenzione sociale. A prova della sua tesi ricorda che il concetto di affetto materno nasce nel XIX secolo, quando ha iniziato a diminuire sensibilmente il tasso di mortalità infantile. Prima di allora i bambini avevano infatti tra il 15 e il 30 per cento di probabilità di non raggiungere il primo anno di vita. Nello stesso periodo si è sviluppato anche il concetto di legame inscindibile tra madre e figlio, che ha coinciso con l’affermarsi della seconda rivoluzione industriale, quando il lavoro è diventato una possibilità anche per le donne, condizionando così le loro scelte. Per quanto riguarda il rapporto tra educazione calo delle nascite, Kipnis sottolinea che molte possibili madri sono anche lavoratrici e, nella maggior parte dei casi sanno di non poter contare su supporti sociali adeguati (questo fenomeno sta provocando in Italia un declino demografico senza precedenti, ndr). La sociologa ricorda infine che anche nei paesi in via di sviluppo l’incremento dell’alfabetizzazione di base ha un effetto negativo sul tasso di natalità, perché al crescere delle capacità critiche corrisponde la consapevolezza delle donne di non essere sufficientemente ricompensate per le loro fatiche.

Alexander Rochenko, Stairs, 1929-30. Dalla mostra The Power of Pictures: Early Soviet Photography, Early Soviet Film al Jewish Museum, New York. Courtesy Sepherot Foundation.

 

 

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