Più ricchi, ma non per sempre

Nel suo fondamentale libro La democrazia in America, scritto tra il 1835 e il 1840, Alexis de Tocqueville esprime la sua sorpresa di fronte alle poche differenze economiche riscontrate nella popolazione bianca degli Stati uniti rispetto a quelle presenti in Europa. Per il filosofo, politico e storico francese gli Usa rappresentavano la società più egualitaria del mondo. Salari e stipendi erano più alti, la terra per le coltivazioni abbondante ed economica e gli americani più benestanti possedevano una ricchezza assai più contenuta nei confronti di quella sconfinata dell’aristocrazia europea. Se Tocqueville avesse preso in considerazione anche la popolazione nera avrebbe certamente avuto delle conclusioni meno entusiastiche, ma la differenza tra le due sponde dell’Atlantico sarebbe rimasta molto elevata.

L’analisi di Kuznet
Gli storici dell’economia Peter H. Lindert e Jeffrey G. Williamson nel libro Unequal Gains: American Growth and Inequality since 1700 (Princeton University Presss, pp. 424, 23,33 euro, eBook 15,28 euro) ricordano che in Gran Bretagna la quota di reddito nazionale appartenente all’uno per cento più ricco della popolazione tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento era superiore al 20 per cento, mentre negli Stati uniti era inferiore al 10 per cento. Gli americani erano così orgogliosi del divario relativamente piccolo tra ricchi e poveri che il loro presidente Thomas Jefferson affermava: “Can any condition of society be more desirable than this?” (Può esistere una condizione della società più desiderabile di questa?). Ma oggi l’uno per cento più abbiente detiene circa il venti per cento della ricchezza. Come è avvenuta la trasformazione degli Stati uniti da paese tra i più ugualitari al mondo a uno dei più diseguali? Secondo l’economista americano premio Nobel Simon Kuznet, che nel 1955 ha analizzato nel suo innovativo studio Economic Growth and Income Inequality (Crescita economica e disuguaglianza di reddito) il processo di disuguaglianza negli Usa, ma l’analisi può valere anche per molti altri paesi, nella maggior parte delle economie avanzate, diversamente da quanto si è portati a pensare, chi ha redditi bassi tende a recuperare terreno nei confronti delle classi agiate. L’affermazione di Kuznet era supportata da due fattori: la diffusione dell’educazione di massa e il primato della politica sull’economia. Quando i paesi raggiungono un certo livello di industrializzazione le competenze dei lavoratori, il cosiddetto capitale umano, diventano infatti spesso più importanti di quello costituito dai beni materiali (impianti, immobili, capitale investito ecc.). I meno abbienti inoltre, grazie al loro maggior numero rispetto alle élite, attraverso il voto possono richiedere una più alta tassazione per i redditi più elevati e la redistribuzione della ricchezza a loro favore. L’analisi di Kuznet è stata pubblicata quando l’economia degli Stati uniti era in forte ascesa, sempre più persone potevano accedere ai college e il lavoro dei “colletti bianchi” prendeva il posto di quello dei “colletti blu”.

Una tendenza globale
Nello studio di Kuznet emerge che negli Stati uniti il divario tra ricchi e poveri ha cominciato ad ampliarsi in seguito alla guerra civile americana, terminata nel 1865, e ha raggiunto l’apice negli anni Venti del Novecento durante l’Età del jazz quando la quota di ricchezza delle classi più abbienti aveva raggiunto, proprio come oggi, il venti per cento. Poi ha iniziato a diminuire fino a capovolgersi verso la metà degli anni Cinquanta, in uno dei momenti culminanti della guerra fredda. Negli anni Trenta, durante il decennio della grande depressione, il governo degli Usa ha attuato programmi di forte contenuto sociale come la previdenza sociale e l’assicurazione contro la disoccupazione che sono riuscite a ridurre in modo significativo la differenza in favore dei più ricchi, una tendenza che si è consolidata durante il decennio della Great Compression (la Grande compressione) tra il 1940 e il 1950 in cui la disuguaglianza economica e di reddito si è molto ridotta rispetto ai periodi precedenti fino a diventare negli anni Settanta del Novecento simile a quella che si riscontra attualmente nei paesi scandinavi, che rappresentano ancora un modello per quanto riguarda la distribuzione non solo dei redditi e della ricchezza ma anche dei diritti civili e dell’uguaglianza di genere. Il divario ha ripreso poi a crescere negli anni Ottanta ed è continuata, anche se in modo discontinuo per quattro decenni fino ai giorni nostri. Questo andamento della disuguaglianza non ha interessato solo gli Stati uniti ma ha avuto una diffusione a livello mondiale e ha coinvolto la maggior parte dei paesi europei con le eccezioni dei paesi scandinavi, di Francia e Olanda, oltre alla Gran Bretagna, all’Australia, al Canada e al Giappone.

Effetto distruttivo
Secondo numerosi economisti le cause di questa inversione di tendenza sono da ricercare, oltre alla liberalizzazione dei mercati dei capitali, nell’ingresso nel commercio mondiale della Cina, dei paesi dell’Europa orientale e di altre nazioni meno sviluppate dal punto di vista economico. La crescente concorrenza sul costo del lavoro e sulla capacità di esportare ha profondamente danneggiato l’occupazione e frenato salari e stipendi in molti dei paesi più avanzati. A queste cause bisogna inoltre aggiungere l’effetto distruttivo provocato dalla rivoluzione tecnologica e digitale che ha emarginato dal circuito produttivo i lavoratori meno qualificati. La crescente disuguaglianza, il rallentamento o la stasi della produttività e il conseguente aumento della disoccupazione ha coinciso con il cambiamento della politica economica di gran parte dei paesi coinvolti in questo processo. Prima in Gran Bretagna e negli Stati uniti con Margaret Thatcher e Ronald Regan, poi in numerosi paesi europei, Canada, Australia e Giappone sono state così favorite politiche basate sul taglio delle aliquote fiscali, la liberalizzazione dei mercati e la riduzione degli interventi dello stato in economia.

Promesse non mantenute
Un mutamento profondo di impronta liberista influenzato dalle idee di Milton Friedman, considerato uno dei maggiori economisti della seconda metà del Novecento che, al contrario delle teorie di Keynes fino ad allora prevalenti, riteneva sempre dannosi gli interventi dello stato in economia, suggeriva un’apertura incondizionata al libero mercato e riponeva la massima fiducia nell’iniziativa individuale. La storia di questa trasformazione, che dopo i successi inziali ha rivelato tutte le sue criticità è stata analizzata dall’editorialista del New York Times Binyamin Appelbaum nel suo libro The Economists’ Hour: False Prophets, Free Markets, and the Fracture of Society (Little, Brown and Company, pp. 448, 21,15 euro, eBook 11,13 euro) attraverso le vite e le carriere del gruppo di economisti dell’Università di Chicago tra cui il premio Nobel Milton Friedman, George Stigler, Gary Becker, Robert Mundell e Arthur Laffer che con le loro idee hanno sostenuto la teoria liberista, aperto e supportato concettualmente il processo di globalizzazione iniziato negli anni Ottanta del Novecento. Ma le loro promesse di un maggiore benessere e di più prosperità a vantaggio tutti non sono state mantenute.

Limite strutturale
Sono invece aumentate le differenze, ed è stato inibito il percorso che tendeva all’uguaglianza sostanziale dei cittadini. Mentre l’economia mondiale iniziava a globalizzarsi, i capitali fluivano verso i paesi che offrivano i rendimenti più elevati e la tassazione più conveniente. Questo ha portato alla crescita esponenziale dei redditi e dei capitali di un nucleo ristretto di super ricchi e alla significativa crescita di una nuova classe media nelle economie emergenti, soprattutto nei paesi dell’Asia orientale e in India, mentre i grandi perdenti sono stati i lavoratori della classe media occidentale. Come afferma Branko Milanovic, docente alla City University of New York e al Luxemburg Income Study nel suo libro Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalisation (Belknap Pr, pp. 299, 26,61 euro, eBook 12,60 euro), a partire dal Medioevo l’andamento delle disuguaglianze procede per cicli successivi e viene alimentato da guerre, malattie, dall’avvento di nuove tecnologie, dalla possibilità di accedere o meno all’istruzione e alla formazione. Per Milanovic l’attuale ondata di disuguaglianza in Occidente è stata spinta dalla distruption digitale così come nell’Ottocento erano nate forti disparità in seguito alla prima rivoluzione industriale. Attualmente le differenze sono assai aumentate all’interno delle nazioni, ma sono fortemente diminuite tra i diversi paesi e i redditi della classe media in Cina e India si sono avvicinati a quelli stagnanti delle classi medie dei paesi sviluppati. Di conseguenza, conclude Milanovic, sembra esistere un limite a questo fenomeno e politiche migratorie più aperte potrebbero ulteriormente ridurre la disuguaglianza globale.

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“Nel Settecento gli Stati uniti erano una delle nazioni più ugualitarie. Come è avvenuta loro trasformazione in uno dei paesi più diseguali?”

“Nelle economie avanzate, diversamente da quanto si pensa, chi ha redditi bassi tende a recuperare terreno nei confronti delle classi agiate”

“La crescente concorrenza sul costo del lavoro e sulla capacità di esportare ha profondamente danneggiato l’occupazione e frenato salari e stipendi”

“Dopo i successi iniziali le politiche economiche di matrice neoliberista si sono rivelate inadatte ad affrontare i problemi delle disuguaglianze”

“Mentre l’economia mondiale iniziava a globalizzarsi, i capitali fluivano nei paesi che offrivano i rendimenti più elevati e una minore tassazione”

“Le differenze sono aumentate nelle nazioni, ma diminuite tra i diversi paesi. Politiche migratorie più aperte ridurranno la disuguaglianza globale?”

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10 IDEE PER SUPERARE LE DISUGUAGLIANZE
In Capitale e ideologia Thomas Piketty traccia un percorso radicale e controcorrente

Sei anni dopo il bestseller Il capitale nel XXI secolo, l’economista francese Thomas Piketty nel suo libro Capitale e ideologia (La Nave di Teseo, pp. 1200, 25 euro, eBook 12,99 euro) ripercorre a livello mondiale e in una prospettiva non solo economica ma anche sociale e politica, la storia delle disuguaglianze e propone alcune idee per porre fine alla concentrazione in poche mani dei capitali e costruire una società più giusta ed equilibrata. Per Piketty le disuguaglianze non sono mai “naturali” perché ogni forma di governo le giustifica in funzione di un’ideologia e le impone attraverso le leggi, la tassazione, l’organizzazione della proprietà e il sistema educativo. Dalle società “trifunzionali”, fondate sul clero, la nobiltà e i lavoratori si è passati a quelle “proprietarie” che hanno portato allo schiavismo e alle derive coloniali, poi alle società comuniste che hanno fallito a causa di un potere centralizzato detenuto da un gruppo ristretto di persone. In Occidente la socialdemocrazia ha ridotto in modo significativo le disuguaglianze, ma a partire dagli anni Ottanta del Novecento, le ideologie liberiste le hanno ristabilite. Cosa fare allora per superarle? Piketty suggerisce di arrivare a una forma di “socialismo partecipativo” basato sulla proprietà sociale e la cogestione delle aziende in cui i grandi azionisti non possono superare dei limiti prefissati, la proprietà temporanea con un’imposta progressiva sui patrimoni e sulle eredità, la dotazione di un capitale universale al compimento del venticinquesimo anno finanziato da un’imposta progressiva sui patrimoni, l’introduzione del principio della progressività delle imposte in costituzione, il riequilibrio effettivo e verificabile della spesa dello stato a favore delle zone più svantaggiate, l’introduzione di una carbon tax che consenta di verificare i consumi di ogni persona, il finanziamento della politica con dei “buoni per l’uguaglianza democratica” che i cittadini versano a loro scelta direttamente ai partiti e un limite ai finanziamenti privati, una profonda rivisitazione degli accordi commerciali dei trattati internazionali con l’introduzione di obiettivi fiscali ed ecologici quantificati e vincolanti, la creazione di un catasto finanziario internazionale e soprattutto attraverso un ambizioso investimento nella scuola. Un percorso radicale e controcorrente in cui l’autore, dopo aver dimostrato che sono state le lotte per la conquista dell’uguaglianza e la diffusione dell’educazione e non la sacralizzazione della proprietà a consentire lo sviluppo economico e il progresso umano, promuove un diverso modello di società fondato sulla condivisione dei poteri e della conoscenza.

Richard Misrach, Wall, east of Nogales, Arizona, 2014.
Dalla mostra Crossing Lines, Constructing Home: Displacement and Belonging in Contemporary Art, Harvard Art Museum, 2019 – 2020. Copyright Richard Misrach/Pace/MacGill Gallery, NY/Fraenkel Gallery, SF
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